Sapere disinnescare


Due fiammiferi in piedi su un tavolo di legno: uno già bruciato e annerito, l'altro ancora integro, illuminati da una luce calda su uno sfondo marrone.

C'è qualcosa che non tutti imparano, nemmeno con il passare degli anni: capire quando è il momento di fermarsi.

Durante una discussione sentiamo spesso il bisogno di avere l'ultima parola. Di spiegare ancora meglio il nostro punto di vista, nella speranza che, prima o poi, l'altro capisca. O magari ci dia ragione.

Così si continua a ribattere. A precisare. A controbattere ancora.

E, senza quasi accorgercene, la conversazione smette di essere un tentativo di comprendersi e diventa una gara a chi riesce a convincere l'altro.

Il risultato, il più delle volte, è che ci si irrigidisce entrambi. Ognuno resta fermo nella propria posizione e, invece di avvicinarsi, ci si allontana.

Per questo, a volte, tacere non è una sconfitta.

È semplicemente il momento in cui si capisce che continuare a parlare non servirà più.

Mi torna spesso in mente una frase del film Perfetti sconosciuti, di Paolo Genovese.

«Però una cosa importante l'ho imparata.»

«Cosa?»

«Saper disinnescare.»

«Cioè?»

«Non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi, è pure saggio. Le uniche coppie che vedo durare sono quelle dove uno dei due, non importa chi, riesce a fare un passo indietro. E invece sta un passo avanti.»

Mi piace quell'espressione: saper disinnescare.

Perché non significa rinunciare alle proprie idee. Significa ricordarsi che avere ragione è meno importante che riuscire a non allontanarsi dall'altro.

Forse la vera forza non sta nell'avere l'ultima parola.

Ma nel capire che non serve più dirne un'altra.


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