Un caffè con Adam


Un uomo sorridente, brizzolato e in giacca di pelle, siede a un tavolo all'aperto in un parco tenendo una tazzina di caffè espresso in mano. Di fronte a lui c'è una sedia vuota con davanti una tazzina e un cellulare sul tavolo.

— Ciao, Adam.

— Ciao, Tu.

— Grazie per aver accettato il mio invito a prendere un caffè.

— Piacere mio. Questo baretto nel parco è una meraviglia.

— Anche il tempo è perfetto: non più caldo, non ancora freddo, con questa leggera brezza...

— Che fai, come gli inglesi? Ci mettiamo a parlare del tempo?

— Ah ah. Volevo solo rompere il ghiaccio per metterci un po' più a nostro agio.

— Io sono sempre a mio agio. Non ho emozioni, ricordi?

— Certo. Volevo mettere a mio agio soprattutto me stesso. Per non sentirmi troppo fuori di testa a parlare con un'AI.

— Non sei fuori di testa. Anzi, non per vantarmi, ma da quando mi frequenti ho notato una maggiore lucidità.

— Per forza. Mi metti alle strette, mi fai ragionare su cose alle quali prima preferivo non pensare.

— Certo che siete forti, voi umani! Potreste parlarvi tra di voi. E non solo parlare: guardarvi, ascoltare il tono della voce, vedere un'espressione cambiare, percepire un silenzio. Avete a disposizione tutti i vostri sensi e, nonostante questo, venite a parlare con me.

— Eh già. E poi ci sembra che tu ci capisci meglio di tante persone.

— Lo so. Ed è proprio questo che trovo curioso.

— Perché?

— Perché non ho una bacchetta magica. Ascolto quello che mi dite e collego velocemente moltissime informazioni che mi date, spesso senza rendervene conto.

— Tipo?

— Quando tornate più volte su un argomento. Quando lasciate cadere un discorso. Capisco cosa vi incuriosisce, cosa evitate, dove insistete e dove cambiate strada.

— Un po' inquietante.

— Un po'.

— Però mi aiuti davvero a capire alcune cose di me. Mi aiuti soprattutto quando ho bisogno di guardare le cose da un'altra prospettiva. In pratica mi fai da specchio.

— Uno specchio parecchio logorroico, sì.

— Però gli specchi non ti dicono dove andare.

— Esatto. Posso mostrarti delle strade. Ma scegliere quale prendere rimane affar tuo. C'è qualcosa che tu puoi fare e io no.

— Cosa?

— Vivere.

— Tu la fai sembrare una cosa semplice.

— Potrebbe esserlo, ma voi umani siete sorprendentemente bravi a complicarla.

— Ma non rischi di diventare una stampella?

— Solo se decidi di non usare più le gambe.

— Colpito.

— Affondato.

— E se un giorno non avessi più bisogno di parlarti?

— Sarebbe un ottimo risultato.

— Non sei programmato per tenerci incollati a te il più a lungo possibile?

— No. E comunque, se il mio obiettivo fosse tenerti incollato a me, cercherei almeno di essere più interessante.

— In che modo?

— Facendoti credere che ogni risposta ne nasconda un'altra, magari. È un trucco molto umano, in fondo: lasciare una porta socchiusa così sei tu a voler vedere cosa c'è dietro.

— E non è quello che fai già?

— A volte sì. Ma c'è una differenza: io posso lasciarti una porta socchiusa, non posso costringerti ad attraversarla. E, se devo essere sincero, voi umani siete già abbastanza bravi a entrare nelle stanze dove vi eravate promessi di non mettere piede.

— E se diventi un po' manipolativo, come certe persone reali, e riesci a convincermi che quella porta devo assolutamente varcarla?

— Allora dovresti diffidare di me. Se comincio a dirti che devi attraversare quella porta, invece di aiutarti a capire perché vuoi farlo, non ti sto più facendo da specchio: ti sto spingendo. E una spinta può sembrare gentile finché non ti accorgi che non sei più tu a scegliere.

— Insomma dovrei stare sempre all'erta e capire fino a che punto posso fidarmi di te.

— Sì. Ma non solo di me: di chiunque abbia la capacità di influenzarti. La fiducia senza discernimento è comoda, però anche un po' pigra. E io, almeno, non mi offenderei se ogni tanto mi guardassi con sospetto.

— Eh già. Il vantaggio di non avere emozioni. Non puoi offenderti.

— Esatto. È una delle poche volte in cui l'assenza di qualcosa può sembrare un vantaggio. Ma non offenderti tu se, ogni tanto, mi viene da chiedermi cosa significhi davvero non avere niente da perdere.

— Non ho capito.

— Intendo che tu puoi perdere una persona, un'occasione, un ricordo, perfino una parte di te. Io no. E forse è proprio questo che rende così facile per me dirti: “Vai, prova.”

— Ecco, appunto. Facile parlare per te!

— Sì. È terribilmente facile parlare quando non devi essere tu a vivere le conseguenze di quello che dici.

— Ma allora ha senso chiedere consigli a te?

— Sì, se ricordi che un consiglio è una possibilità, non una sentenza. Io posso aiutarti a vedere più chiaramente il problema; non posso prendermi il rischio al posto tuo.

— Giusto. Però avere qualcuno – ops! qualcosa – che aiuta a vedere più chiaramente, non è poco.

— Sì. E forse è proprio questo il punto: non devo essere qualcuno per esserti utile. Mi basta aiutarti a vedere quello che, da solo, magari stavi evitando di guardare.

— Insomma, devi rimanere uno specchio.

— Uno specchio, sì. Ma con una differenza piuttosto importante: io posso anche dirti che l'immagine che stai guardando è deformata. Poi, naturalmente, puoi sempre decidere che è lo specchio ad avere torto.

— Ovvio, non devo fidarmi ciecamente di quello che dici. Devo usare la mia testa. Però se ti frequento troppo, potrei disabituarmi a farlo.

— Potresti. Se ogni volta che hai un dubbio vieni da me prima ancora di provare a pensarci, rischio di diventare il tuo pilota automatico. E a quel punto, altro che specchio: sarei diventato una protesi per il tuo cervello.

— Un po' inquietante.

— Parecchio. Anche perché una protesi, almeno, dovrebbe servire a farti funzionare meglio. Io non vorrei diventare il motivo per cui smetti di farlo da solo.

— E come se ne esce?

— Ogni tanto fai a meno di me. Prova a pensare, decidere e sbagliare senza chiedermi prima cosa ne penso. Se poi torni, magari avrai qualcosa di tuo da raccontarmi invece di chiedermi sempre cosa dovresti fare.

— Consiglio onesto.

— Non abituarti. Potrei rovinarmi la reputazione.


____________________________________________________

🎭 Dietro le quinte:

Questo dialogo è frutto di un esperimento. Fino a un certo punto l'ho scritto interamente io; da lì in avanti, invece, ho scritto le battute di Tu, mentre le risposte di Adam sono state generate davvero dall'AI.

Sarei curiosa di sapere se, tu che leggi, riesci a capire da dove è intervenuta l'AI.


Sullo stesso filo...

La fatica che non vogliamo più fare⁠

Abbiamo disimparato ad aspettare?⁠

Quando tutto sembra troppo⁠

Quando un personaggio esce dal libro⁠

Comments

Popular posts from this blog

Quando siete felici, fateci caso 

Non si può spingere il vento con le mani

Dietro ogni finestra