E poi, un giorno, lo fai davvero 


Una mano femminile preme il campanello in ottone di una porta di casa in legno, in un gesto naturale e quotidiano.

Alcune cose che diciamo, anche molto convinti, di desiderare fare, in realtà le rimandiamo quasi all'infinito.

Quel caffè con l'amica con cui ogni tanto ci scriviamo e con cui finiamo sempre per salutarci dicendo: “Dobbiamo proprio vederci”.

Poi passano le settimane, i mesi, gli anni, e quel caffè è ancora lì, in attesa di essere bevuto.

Una gita in un giorno feriale, quando c'è meno gente in giro e si possono apprezzare meglio quei luoghi che nei fine settimana vengono presi d'assalto dai turisti.

Entrare finalmente in quel negozietto davanti al quale passiamo continuamente, ci fermiamo a guardare la vetrina, ma poi tiriamo dritto, incalzati da altri pensieri.

Andare a trovare la zia che ci ha accudito da piccoli e a cui vogliamo ancora bene, ma che ci viene in mente di andare a trovare sempre nel momento sbagliato.

Mettere una musica che ci piace e ballare da soli in casa, concedendoci un momento che non serve a niente, se non a farci stare bene.

Ogni tanto pensiamo che ci piacerebbe farlo.

Che dobbiamo proprio farlo.

Ma poi arriva qualcosa di più urgente.

E rimandiamo.


E poi, un giorno, quella cosa la facciamo davvero.

Con l'amica non è stato così difficile stabilire un luogo e un orario per incontrarci. Ci siamo abbracciate fuori dal caffè, ci siamo sedute a un tavolino ed è stato naturale cominciare a parlare, a raccontarci le nostre vite, come se quei vent'anni in cui non ci eravamo viste si fossero improvvisamente volatilizzati.

Fare quella gita di giovedì non è stato impossibile.

Il mondo ha continuato a girare anche senza di noi.

E, a dire il vero, c'era anche una certa soddisfazione nel fare i turisti mentre gli altri lavoravano.

La casa della zia era lì, dove è sempre stata.

È bastato suonare il campanello e vederla comparire sulla porta con il suo sorriso per lasciarsi avvolgere da un affetto rimasto lì, intatto, nonostante gli anni. Per un attimo, è stato come sentirsi accolti di nuovo come allora, da bambini.

E trovare mezz'ora per ballare da sola in camera era ancora più semplice.

Bastava un cellulare, una musica che mi ispirasse e la voglia di lasciar fare al corpo.

Senza schemi.

Senza una coreografia da seguire.

Come fanno i bambini piccoli, che quando sentono la musica si lasciano trascinare completamente dal ritmo.

Senza vergogna, senza sentirsi buffi, senza giudicarsi.

È stato liberatorio.

E gioioso.

Mi sono ritrovata con un sorriso sul volto così grande come non mi capitava da tempo.

E allora mi sono chiesta: perché ho aspettato tanto?

Perché rimandiamo così spesso le cose che desideriamo, anche quando per farle basterebbe davvero poco?

Forse perché ci raccontiamo che prima dobbiamo occuparci di tutto il resto.

Le cose da fare.

Gli impegni.

Le responsabilità.

Come se esistesse una specie di tacita “sindrome del dobbiamo salvare il mondo”: prima mettiamo a posto tutto, poi, quando finalmente avremo tempo, ci concederemo ciò che desideriamo.

Solo che quel momento, spesso, non arriva.

E intanto il caffè resta da bere, la gita da fare, la porta della zia da oltrepassare, la musica da mettere.

Il mondo, però, non ha bisogno che siamo sempre impegnati per continuare a girare.

Può andare avanti anche mentre noi ci fermiamo per un'ora.

Per un pomeriggio.

Per una canzone.

Forse vale la pena ricordarselo.

Perché il tempo che immaginiamo di avere davanti non è infinito.

E ci sono cose che non chiedono grandi cambiamenti, né coraggio straordinario.

Chiedono soltanto di smettere, per una volta, di rimandarle.


Sullo stesso filo...

Quando siete felici, fateci caso

Le cose che abbiamo smesso di fare

Abbiamo disimparato ad aspettare?

La persona che ero

Comments

Popular posts from this blog

Quando siete felici, fateci caso 

Non si può spingere il vento con le mani

Dietro ogni finestra