Le cose che sembrano inutili


Tatuaggio nero con rosa dei venti e piccola rosa rosa sul braccio di una donna, illuminato da luce naturale.

Ci sono cose che, da un punto di vista puramente razionale, sembrano inutili.

Guardare le nuvole.

Guardare le stelle.

Passeggiare senza una meta.

Mettersi un fiore tra i capelli.

Disegnare.

Scrivere un diario.

Anche scrivere un blog.

Potrebbero essere tantissime.

E hanno tutte una cosa in comune: non sono strettamente necessarie per sopravvivere.

Eppure le facciamo.

Perché servono a qualcosa che forse è meno facile da misurare: a farci stare bene.

Dopotutto siamo Homo sapiens, e una delle caratteristiche che ci accompagna da centinaia di migliaia di anni è proprio questa: non ci accontentiamo di ciò che è utile.

Abbiamo bisogno anche del bello.

Lo raccontano anche i nostri antenati.

Tra i reperti più antichi troviamo conchiglie perforate, denti di animali, perline, pigmenti e altri oggetti utilizzati come ornamenti.

Non servivano direttamente a procurarsi il cibo, a difendersi o a ripararsi dal freddo.

Per realizzarli bisognava trovare i materiali, lavorarli e conservarli.

Tempo ed energie spesi per qualcosa che non era indispensabile.

E allora perché farlo?

Probabilmente perché, a un certo punto della nostra storia, il mondo umano ha cominciato a essere fatto non soltanto di bisogni, ma anche di significati.

Un ornamento poteva raccontare chi eravamo, a quale gruppo appartenevamo, quale ruolo avevamo.

Un colore, una forma, un materiale potevano comunicare qualcosa.

Il corpo diventava uno spazio su cui lasciare un segno.

E forse c'era anche qualcosa di ancora più semplice: alcune cose erano belle.

Non sappiamo esattamente cosa provassero un uomo o una donna della preistoria davanti a una conchiglia colorata o a una pietra dalla forma particolare.

Possiamo però osservare quello che facevano.

La raccoglievano.

La modificavano.

La decoravano.

La conservavano.

Le attribuivano un valore.

Non era più soltanto una conchiglia.

Era diventata qualcos'altro.

Un simbolo.

Un ricordo.

Un ornamento.

Forse persino un piccolo piacere.

È qui che trovo interessante la storia della nostra specie.

Per sopravvivere bastano certe cose.

Ma noi non ci siamo mai accontentati di quelle.

Abbiamo dipinto le pareti delle caverne.

Abbiamo decorato il nostro corpo.

Abbiamo inventato strumenti musicali.

Abbiamo raccontato storie.

Abbiamo scritto poesie.

Abbiamo costruito monumenti.

Abbiamo coltivato fiori.

Abbiamo guardato il cielo senza che ci fosse niente da cacciare lassù.

E continuiamo a farlo.

Anche oggi ci sono moltissime cose che non producono un vantaggio immediato e che, viste soltanto con gli occhi dell'utilità, potrebbero sembrare una perdita di tempo.

Leggiamo un libro senza che ci serva per qualcosa.

Ascoltiamo una canzone semplicemente perché ci piace.

Fotografiamo un tramonto che abbiamo già visto mille volte.

Passeggiamo senza una meta precisa.

Ci fermiamo a parlare quando avremmo altro da fare.

Scriviamo un blog senza sapere chi lo leggerà.

E magari ci facciamo un tatuaggio.

Forse non sono affatto inutili.

Forse ci ricordano semplicemente che non siamo fatti soltanto per sopravvivere.

Abbiamo bisogno anche di creare, esprimere, ricordare, condividere, giocare, immaginare.

E di circondarci, qualche volta, di qualcosa che ci sembra bello.

Il tatuaggio, che oggi molti portano sulla pelle, in fondo non è così lontano da quei pigmenti che i nostri antenati usavano migliaia di anni fa per decorare il corpo.

Sono cambiate le tecniche, i significati e le mode.

Ma il gesto è sorprendentemente simile: prendere qualcosa che non è necessario alla sopravvivenza e trasformarlo in qualcosa che racconta chi siamo.

E forse vale la pena ricordarcelo proprio oggi, in un'epoca in cui tendiamo a chiedere a tutto una funzione, un risultato, una produttività.

Non tutto deve servire a qualcosa.

Non tutto deve essere utile.

Non tutto deve produrre.

A volte possiamo semplicemente fare qualcosa perché ci piace farla, senza dover trovare una giustificazione più nobile.

Perché magari anche ciò che non serve a vivere ci aiuta a sentire che stiamo vivendo.


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