La persona che ero


Due mani mostrano due fotografie dello stesso edificio italiano messo a confronto: una storica in seppia e una moderna a colori, ambientate a distanza di circa un secolo.


Capita che, nel corso di una vita, ci siano avvenimenti che segnano una svolta.

Un prima e un dopo.

A volte sono eventi belli: incontrare la persona che diventerà il nostro compagno o la nostra compagna di vita, avere un figlio, iniziare un lavoro che ci porterà in una direzione completamente nuova.

Altre volte sono passaggi dolorosi: una malattia, la perdita di una persona cara, qualcosa che ci costringe a guardare la nostra vita con occhi diversi.

E poi ci sono i cambiamenti che, pur non avendo la stessa intensità, finiscono per modificare profondamente la nostra quotidianità: cambiare lavoro, trasferirsi in un'altra città, lasciare un luogo in cui abbiamo vissuto a lungo, cominciare una nuova fase della nostra vita.

Prima o poi, ci capita di guardarci indietro e pensare alla nostra “vita di prima”.

A come eravamo.

A cosa facevamo.

Alle persone che frequentavamo.

Alle cose che ci sembravano importanti.

A ciò che ci preoccupava e a ciò che invece non avevamo ancora imparato a conoscere.

E a volte sembra quasi impossibile che quella persona fossimo proprio noi.

La stessa persona che oggi si trova qui, nella “vita di adesso”.

Eppure sì.

Eravamo noi.

Non diventiamo qualcun altro da un giorno all'altro.

Il cambiamento, quasi sempre, arriva in modo molto più silenzioso.

Un giorno dopo l'altro, una scelta dopo l'altra, un'esperienza dopo l'altra.

Cambiamo mentre continuiamo a vivere, spesso senza rendercene conto.

Poi, a distanza di anni, ci voltiamo indietro e improvvisamente vediamo quanto è cambiato il paesaggio.

E ci accorgiamo che siamo cambiati anche noi.

Non necessariamente in meglio.

Non necessariamente in peggio.

Semplicemente, siamo diventati una persona diversa da quella che eravamo.

Forse la parte più difficile non è cambiare.

È accettare che quella persona del passato non tornerà, anche se continuiamo a portarla dentro di noi.

E forse possiamo guardarla con un po' di tenerezza, senza giudicarla con gli occhi di oggi.

Perché non sapeva ancora quello che sappiamo adesso.

Non aveva vissuto ciò che abbiamo vissuto.

Non poteva sapere dove l'avrebbero portata le sue scelte.

Era semplicemente la persona che poteva essere, in quel preciso momento della sua vita.

E noi siamo ancora quella persona, in qualche modo.

Solo con più strada alle spalle.

Forse maturare significa anche questo: imparare a riconoscerci nelle persone che siamo state, senza pretendere di essere ancora le stesse e senza giudicarle, ma accettando chi eravamo e chi siamo ora.


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