La gentilezza che non fa rumore
C'è una forma di gentilezza che mi ha sempre affascinato.
È quella che non fa rumore.
Non si manifesta nei grandi gesti, ma nelle piccole attenzioni di ogni giorno.
È la gentilezza di chi lascia uscire una persona da una stanza prima di entrarvi.
Di chi rimette a posto la sedia dopo essersi alzato da un tavolino in un locale pubblico.
Di chi riporta la tazzina al bancone del bar, anche se sa benissimo che potrebbe lasciarla lì e che qualcuno passerà comunque a ritirarla.
Di chi raccoglie una cartaccia o una bottiglia abbandonata in un parco, perché quel luogo, in fondo, è un po' anche casa sua.
Di chi parla a bassa voce al telefono sui mezzi pubblici, pensando anche a chi gli è seduto accanto.
Sono gesti minuscoli.
Forse nessuno li nota.
E proprio per questo mi sembrano i più sinceri.
Chi li compie non lo fa per ricevere un complimento o un ringraziamento. Non è buonismo, e non è nemmeno una questione di galateo.
È semplicemente un modo di stare al mondo.
Mi torna in mente una frase della scrittrice americana Anne Herbert, che pare abbia scritto su una tovaglietta di carta in una tavola calda di Sausalito, in California:
“Practice random kindness and senseless acts of beauty.”
"Praticate gentilezza a casaccio e atti di bellezza privi di senso."
Mi piace quell'espressione: atti di bellezza privi di senso.
Perché, in effetti, quei piccoli gesti non servono a ottenere qualcosa in cambio.
Servono soltanto a lasciare il mondo, anche di pochissimo, un po' migliore di come lo abbiamo trovato.
E forse è proprio così che la gentilezza si diffonde.
Non con i grandi proclami, ma attraverso gesti così piccoli da sembrare quasi invisibili. Eppure, proprio come accade con la scortesia, anche la gentilezza può essere contagiosa.
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