Quando arriva il vuoto


Stanza vuota e luminosa con pavimento in legno chiaro, una grande finestra aperta e tende bianche, da cui si intravede un paesaggio collinare.


Credo che tutti, almeno di tanto in tanto, sperimentiamo un momento di vuoto.

Può spaventare.

Può far sentire sbagliati.

Ci immaginiamo che gli altri abbiano una vita sempre piena: di attività, di amici, di momenti indimenticabili.

Anche i social, in fondo, alimentano facilmente questa illusione.

La verità, però, è un'altra.

Nessuno sfugge davvero a quei momenti.

Possono arrivare anche in una vita piena di affetti, di lavoro, di interessi.

A volte arrivano dopo un periodo intenso. Altre durante un cambiamento. Altre ancora senza una ragione che sappiamo spiegare.

C'è solo chi li mostra e chi li nasconde.

E chi, appena arrivano, prova in tutti i modi a scappare.

La fuga più semplice è prendere in mano il telefono.

Cominciare a scorrere uno schermo.

Guardare un video dopo l'altro.

Scrivere a qualcuno.

Riempire il silenzio.

Forse anche perché ci siamo abituati a pensare che ogni spazio vuoto vada riempito.

Che dovremmo essere sempre occupati, coinvolti, soddisfatti.

Per qualche minuto sembra funzionare.

Poi, però, il vuoto torna.

E continua a bussare.

Col tempo ho imparato che esiste anche un'altra possibilità.

Restare lì.

Non per rassegnazione.

Ma per curiosità.

Per capire che cosa quel vuoto abbia da raccontare.

Perché non sempre gli spazi vuoti sono spazi perduti.

Perché non sempre il vuoto è assenza.

A volte è lo spazio che si crea quando qualcosa è finito e qualcos'altro non è ancora cominciato.

Fa paura proprio per questo.

Non sappiamo ancora che cosa lo riempirà.

Forse alcuni vuoti chiedono soltanto di essere attraversati.

E, qualche volta, è proprio lì che ricominciamo a sentire noi stessi.



Sullo stesso filo...




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