La bellezza delle differenze
Mi è capitato, arrivando in una città di un altro Paese – ma anche solo guardando fotografie scattate dall'altra parte del mondo – di provare una curiosa sensazione di déjà vu.
Come se, a un primo sguardo, potessi essere ovunque.
Le stesse catene di negozi. Gli stessi marchi. Le stesse sneakers. Gli stessi smartphone. Gli stessi film al cinema.
Ma anche gli stessi gesti: fotografare il piatto appena arrivato al ristorante, scattarsi un selfie davanti a un monumento, usare le stesse parole inglesi infilate nelle conversazioni.
Ho l'impressione che, fino a qualche decennio fa, il mondo fosse più vario. Non necessariamente migliore. Più vario. Con più sfumature.
Oggi, invece, mi sembra che molti luoghi stiano diventando sempre più riconoscibili. E questo, da un lato, è anche una comodità.
È rassicurante poter pagare quasi ovunque con la carta di credito, usare il navigatore per orientarsi, ritrovare punti di riferimento che ci fanno sentire meno lontani da casa, anche a migliaia di chilometri di distanza.
Mi piace che il mondo sia diventato più facile da attraversare.
Quello che ogni tanto mi domando, però, è se questa somiglianza crescente non rischi di farci perdere qualcosa.
Non tanto i monumenti o i paesaggi, che continuano a raccontare la storia di un luogo.
Piuttosto quelle piccole tracce che non finiscono sulle guide turistiche: un'insegna, un negozio che esiste solo lì, un'abitudine quotidiana, un'espressione intraducibile, un dettaglio che non assomiglia a nessun altro.
Forse è proprio questo che continuo a cercare quando viaggio.
Mi piace trovare qualcosa di familiare quando sono lontano da casa.
Ma mi piace ancora di più imbattermi in qualcosa che esiste solo lì.
Qualcosa che quel luogo ha saputo conservare di sé.
Qualcosa che non sia così prevedibile.
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