L'imperfezione del perfezionismo 


Una mano tiene un quadrifoglio verde davanti a uno sfondo erboso sfocato; una delle quattro foglioline è visibilmente più piccola delle altre.

Gran brutta cosa il perfezionismo.

Guasta la vita.

Perché la vita è imperfetta. E, a ben guardare, lo è anche la natura. Basta osservare un albero: nessun ramo è identico a un altro. Oppure un fiore, con i suoi petali irregolari, le foglie mangiucchiate dagli insetti, i colori che sfumano senza seguire regole precise.

Il perfezionismo porta a desiderare di essere impeccabili. Fare tutto nel modo giusto. Non sbagliare. Non dimenticare. Non deludere.

Naturalmente è impossibile.

E allora arriva la parte peggiore: non ci si limita a sbagliare. Ci si sente sbagliati.

Il paradosso è che anche cercare di smettere di essere perfezionisti può trasformarsi in un nuovo compito da svolgere... perfettamente.

Bisognerebbe imparare ad essere più indulgenti con se stessi. Non giudicarsi. Accettare gli errori. Vivere con più leggerezza.

E quando non ci si riesce?

Ci si sente di nuovo inadeguati.

Come se si avesse fallito anche nel tentativo di diventare meno perfezionisti.

Forse è proprio qui che il perfezionismo mostra il suo volto più subdolo.

Come se ne esce?

Forse non cercando un'uscita perfetta.

Forse iniziando ad accettare che anche questo percorso sarà inevitabilmente imperfetto.

E che, qualche volta, l'unico modo per allentare la presa è smettere di lottare contro se stessi.

Perché non tutto ciò che è imperfetto ha bisogno di essere corretto.


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