Un passo alla volta 



Mi capita a volte di osservare giovani genitori con i loro bambini — per strada, al parco, al supermercato — e di sentire frasi che mi riportano immediatamente alla mia infanzia.

"Non correre che cadi."

Oppure la sua celebre variante:

"Non correre che sudi."

E poi:

"Vai anche sugli altri giochi, non solo sull'altalena."

"Smettila di fare le boccacce, che sembri uno stupido."

"Ora sei grande, basta prendere il gusto Puffo! Scegli un altro gusto di gelato."

Da osservatrice esterna, oggi, mi sembrano spesso reazioni eccessive.

Perché un bambino non dovrebbe correre?

Perché non dovrebbe salire dieci volte sulla stessa altalena?

Perché dovrebbe rinunciare al gusto di gelato che gli piace?

Poi però mi ricordo che, quando mia figlia era piccola, probabilmente anch'io ho fatto qualcosa di simile.

Non il "non correre che sudi", almeno quello credo di averglielo risparmiato.

Ma sicuramente avrò provato a indirizzare, correggere, incoraggiare, anticipare.

Magari a fin di bene.

Con l'idea di aiutare mia figlia a crescere.

Solo che oggi, col senno di poi, mi accorgo che spesso dietro questi tentativi si nasconde una piccola forma di controllo.

L'idea che ci sia un modo giusto di fare le cose.

O un momento giusto.

O una direzione giusta.

C'è un episodio che mi torna in mente ogni tanto.

Mia figlia frequentava la scuola dell'infanzia e, da un giorno all'altro, decise che non voleva più salire sullo scivolo al parco.

Fino al giorno prima lo faceva senza problemi.

Poi, improvvisamente, no.

Diceva che aveva paura.

Io cercavo di rassicurarla.

Le ricordavo che era già salita tante volte.

Le dicevo che ero lì vicino.

Provavo a convincerla con calma e pazienza.

Niente.

Più insistevo, più lei restava ferma.

Non riuscivo a capacitarmene.

Come se ci fosse qualcosa da aggiustare.

Come se quella paura fosse un guasto da riparare il prima possibile.

Un giorno, mentre stavo tentando per l'ennesima volta di incoraggiarla, un papà che si trovava lì con il suo bambino le disse semplicemente:

"Un passo alla volta."

Tutto qui.

Non le spiegò che non doveva avere paura.

Non cercò di convincerla.

Non le ricordò che era già salita altre volte.

Le lasciò il suo tempo.

E qualcosa, dentro di lei, si sbloccò.

Con calma salì la scaletta.

Poi si lasciò scivolare giù.

Non ricordo il volto di quel papà.

Ma ricordo perfettamente ciò che mi ha insegnato.

Che non tutto ciò che rallenta va corretto.

Che non tutte le esitazioni sono problemi da risolvere.

Che crescere non significa fare un passo quando gli altri pensano che sia arrivato il momento, ma quando ci si sente davvero pronti.

Da allora provo a ricordarmelo più spesso.

Con mia figlia, ma non solo.

Anche con gli adulti.

Anche con me stessa.

Perché a volte passiamo la vita a spingere noi stessi — o chi amiamo — verso il gradino successivo.

Quando forse basterebbe restare lì accanto.

E ricordare che, quasi sempre, le cose importanti arrivano allo stesso modo:

un passo alla volta.

E se a vent'anni qualcuno continuerà a scegliere il gusto Puffo, pazienza.

Ci sono modi peggiori di attraversare la vita che scegliere, senza vergogna, ciò che ci piace davvero.


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