Quando la troppa tecnologia stroppia



Faccio parte di quella generazione nata in un mondo analogico e diventata adulta in un mondo digitale.

Quando andavo a scuola, i computer non erano ancora entrati nelle case della maggior parte delle persone. Li usavano pochi specialisti, spesso percepiti come figure quasi misteriose. 

Il centro IBM non lontano da casa rappresentava per me qualcosa di affascinante e misterioso: era il luogo dei programmatori, persone che sembravano capire il futuro prima degli altri.

Poi quel futuro è arrivato.

Abbiamo assistito alla nascita della rivoluzione digitale senza renderci conto, almeno all'inizio, della portata del cambiamento che stava avvenendo.

Sono arrivati i primi telefoni cellulari: grandi, pesanti, con l'antenna esterna. Li avevano in pochi e sembravano oggetti quasi futuristici.

Poi sono diventati più piccoli, più economici e più diffusi.

Erano ancora telefoni, però.

Si telefonava.

Si mandavano SMS, contando i caratteri per non superare il limite consentito. Ci inventavamo abbreviazioni improbabili e ci scambiavamo gli immancabili "squillini" per comunicare messaggi concordati in precedenza: "sto arrivando", "butta la pasta", "chiamami quando puoi".

E già allora avevamo iniziato a fare esperienza di una novità che oggi diamo per scontata: essere sempre raggiungibili.

La vera svolta, però, è arrivata con lo smartphone collegato a internet.

È stato il momento in cui ci è sembrato di avere il mondo in tasca.

Prima le e-mail.

Poi le chat.

Poi i social network.

Improvvisamente era possibile parlare con qualcuno che viveva dall'altra parte del pianeta con la stessa facilità con cui si parlava con il vicino di casa.

E abbiamo avuto accesso a una quantità di informazioni che fino a pochi anni prima sarebbe stata semplicemente inimmaginabile. Con pochi tocchi sullo schermo potevamo trovare una risposta a quasi qualsiasi domanda, consultare archivi, giornali, libri, mappe e contenuti che un tempo avrebbero richiesto lunghe ricerche o non sarebbero stati accessibili affatto.

Sembrava una conquista straordinaria.

E in parte lo è stata davvero.

Abbiamo guadagnato opportunità, informazioni, connessioni e possibilità che le generazioni precedenti non avrebbero nemmeno immaginato.

Ma insieme ai vantaggi sono arrivati anche gli effetti collaterali.

La reperibilità continua.

L'ansia di controllare.

Le notifiche.

La difficoltà di staccare.

Le dipendenze legate allo smartphone e ai social.

La sensazione di dover essere sempre aggiornati, sempre presenti, sempre connessi.

Ora stiamo entrando in una nuova fase.

Quella dell'intelligenza artificiale.

Una trasformazione che è appena iniziata e di cui probabilmente vediamo soltanto i primi effetti.

Ha senso chiedersi se fosse meglio prima?

Credo di no.

Per un motivo molto semplice: il mondo di prima non esiste più.

È stato smontato pezzo dopo pezzo.

Le cabine telefoniche sono quasi scomparse.

Gli elenchi telefonici cartacei sono diventati oggetti da museo.

Non esiste più il Tuttocittà che tenevamo nel cassetto dell'auto.

Sono scomparse anche le grandi enciclopedie che molte famiglie acquistavano a rate e custodivano con orgoglio in salotto, come una finestra sul sapere e sul mondo.

Anche operazioni semplici, come andare in banca o in posta, spesso richiedono una prenotazione online o l'utilizzo di un'app.

L'elenco delle cose sparite potrebbe continuare ancora a lungo.

Ci abbiamo guadagnato?

Sotto molti aspetti sì.

Sarebbe difficile negarlo.

Ma credo che qualcosa lo abbiamo perso.

Sono sempre stata curiosa delle nuove tecnologie.

Molte le ho accolte con entusiasmo, spinte dalla voglia di imparare e sperimentare.

Eppure, negli anni, insieme all'entusiasmo si è fatta strada anche una certa saturazione.

Perché la tecnologia è meravigliosa quando funziona.

Poi arriva il giorno in cui un'app non è più compatibile con il telefono.

Una funzione cambia posizione.

Un aggiornamento modifica abitudini consolidate.

Qualcosa si inceppa.

E all'improvviso bisogna investire tempo, energie e attenzione per imparare di nuovo ciò che fino al giorno prima sembrava semplice.

Non è un problema quando si hanno energie da spendere.

Lo diventa di più nei momenti complicati della vita, quando il carico è già elevato e ogni cambiamento aggiuntivo pesa un po' di più.

Forse il punto non è decidere se il passato fosse migliore del presente.

Forse il punto è riconoscere che ogni epoca porta con sé vantaggi e costi.

E che adattarsi continuamente richiede energie, anche quando il cambiamento promette di semplificarci la vita.

Non vedo grandi soluzioni.

Se non quella che l'umanità pratica da sempre: continuare ad adattarsi.

Cercando, per quanto possibile, di usare gli strumenti senza lasciare che siano loro a usare noi.

E trovando un modo personale per convivere con un mondo che non abbiamo scelto, ma nel quale dobbiamo comunque imparare ad abitare.


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