“Ci scriviamo presto”: la conversazione svuotata nell’era dei social e dell’AI




Come sono cambiati i rapporti tra le persone nell’era dei social e dell’AI?

Male, mi pare.

Senza voler fare i nostalgici e partire con la tiritera “Ai miei tempi…” — che non sopportavo nemmeno da ragazza, figuriamoci adesso, con il mio limite di sopportazione ormai ridotto ai minimi storici — devo però constatare che, oggettivamente, abbiamo perso qualcosa. E non poco.

Un esempio tipico di “conversazione”, se così si può chiamare, su WhatsApp o su qualsiasi altra messaggistica diretta:

— Ciao, come stai?

— Bene, dai. E tu?

— Tutto ok, grazie.

— Dobbiamo organizzare di vederci, è una vita che non ci troviamo!

— Sì dai!

Fine.


Qualche volta la domanda si allarga a figli, mariti, mogli, compagni, genitori. Ma anche lì si resta sul vago. Se le cose non vanno bene, non si vuole passare per “pesanti” — peccato mortale. Come se ci sentissimo in dovere di essere sempre brillanti, leggeri, spiritosi. Come se raccontare una difficoltà fosse diventato un errore di galateo.

Poi ci sono le emoji, usate spesso più da chi è avanti con gli anni che dai giovani — che in questo dimostrano una saggezza inattesa. Alle faccine abbiamo delegato la manifestazione delle emozioni, con risultati piuttosto deludenti: una risata stilizzata al posto di una risata vera, un cuore al posto di una partecipazione reale, un pollice alzato che chiude qualsiasi possibilità di dialogo.

Incontrarsi di persona, poi, è sempre più complicato. Orari diversi, vite piene, impegni che si accavallano. Intanto passano i mesi, gli anni. E quando capita davvero di incrociarsi, si rischia quasi di non riconoscersi. O, peggio, di non sapere più cosa dirsi.

Cosa ti dici dopo venti, trenta, quarant’anni che non ti vedi?

L’ultima volta eravamo bambini, ragazzi, giovani donne e uomini, con i figli piccoli. Come si racconta una vita in poche battute? Spesso si finisce col tornare al punto di partenza:

— Ciao, come stai?

— Bene, dai. E tu?

— Tutto ok.

E poi ci stupiamo se, quando “parliamo” con l’AI — che nel frattempo ha introdotto anche la voce, personalizzabile nel tono, nello stile, perfino nell’umore — abbiamo la sensazione che il chatbot ci capisca meglio degli esseri umani. A volte glielo diciamo anche. 

In realtà, non è che l’AI “capisca meglio”. È che molte persone hanno smesso di ascoltare abbastanza a lungo da sembrare peggio di un algoritmo. Forse perché l’AI non ha fretta, non si annoia, non teme di essere “pesante”. Risponde, approfondisce, fa domande. Simula, in fondo, quello che una conversazione tra umani dovrebbe essere.

È vero o no che abbiamo perso qualcosa? Forse non la capacità di comunicare, ma il tempo, la pazienza e il coraggio di farlo davvero.


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