Una mano sulla spalla: scuola, famiglie e fragilità contemporanee


Adolescente di spalle con felpa scura e capelli raccolti, rasati sulla nuca in stile undercut, mentre una mano adulta le poggia delicatamente sulla spalla in un gesto di sostegno.

Come molte persone, ho conosciuto la scuola da due prospettive diverse: prima da studente e poi da genitore.

Da studente ho avuto la fortuna di incontrare alcuni insegnanti capaci di trasmettere passione e curiosità, persone che insegnavano molto più di una materia. C'era anche chi, ogni tanto, ci portava a fare lezione all'aperto, sotto gli alberi del giardino della scuola, suscitando curiosità e un pizzico di invidia nelle altre classi.

La scuola non era perfetta nemmeno allora. Ma era un luogo in cui si imparava, si discuteva, si cresceva. Non soltanto dal punto di vista scolastico.

I genitori erano molto meno presenti nella vita scolastica di quanto accada oggi. C'erano i colloqui e le comunicazioni essenziali, ma la scuola era percepita soprattutto come uno spazio che appartenesse agli studenti e agli insegnanti.

Negli anni qualcosa è cambiato.

Sempre più spesso si è iniziato a parlare di risultati, prestazioni, valutazioni, obiettivi. Termini che appartengono anche al mondo della scuola, ma che sembrano arrivare da un linguaggio diverso.

Per molti ragazzi questo cambiamento non ha rappresentato un problema. Ci sono studenti che riescono a trovare la propria strada quasi ovunque. Ragazzi che, qualunque sia il contesto, riescono a dare il meglio di sé.

Altri, invece, hanno iniziato a fare più fatica.

Non credo che esista una sola causa. Sarebbe troppo semplice. Ma negli ultimi anni abbiamo visto aumentare il disagio giovanile in molte delle sue forme: ansia, disturbi alimentari, autolesionismo, ritiro sociale. Parole che fino a poco tempo fa erano quasi sconosciute al grande pubblico e che oggi fanno parte dell'esperienza di molte famiglie.

La pandemia ha probabilmente aggravato una situazione già fragile, ma sarebbe riduttivo attribuire tutto al Covid. Molti ragazzi sembrano vivere sotto una pressione costante: quella di essere all'altezza, di non sbagliare, di tenere il passo.

E quando la fatica diventa troppo grande, spesso non basta la buona volontà.

In questi casi le famiglie si trovano a dover cercare risposte, orientarsi tra specialisti, valutazioni, percorsi di supporto. Un cammino che richiede energie, tempo e competenze che non tutti possiedono.

Anche la scuola prova a fare la propria parte, ma spesso si trova a operare con risorse limitate e strumenti insufficienti rispetto alla complessità delle situazioni che incontra ogni giorno.

Anche per gli insegnanti non è semplice. Sono chiamati ogni giorno a gestire programmi, scadenze, valutazioni e una complessità crescente nelle classi. In questo equilibrio difficile può accadere che l'attenzione si concentri soprattutto sugli obiettivi da raggiungere e meno sui segnali più silenziosi.

Eppure, per alcuni ragazzi, ciò che fa la differenza non è soltanto una spiegazione in più o un risultato migliore. A volte è uno sguardo che si accorge di una difficoltà, una domanda fatta al momento giusto, una parola di incoraggiamento. Quella stessa mano sulla spalla che può far sentire un ragazzo visto e non soltanto valutato.

Non è una responsabilità che può ricadere sulle singole persone: servono tempo, strumenti e condizioni che permettano agli insegnanti di svolgere anche questa parte fondamentale del loro lavoro.

Ogni ragazzo è diverso.

Ogni storia ha le proprie cause, i propri tempi, le proprie possibilità.

E nessuna difficoltà può essere ridotta a una sigla o a una diagnosi.

Però c'è una cosa che molte famiglie scoprono quando attraversano momenti complicati: la sensazione di essere sole.

Come se tutti gli altri sapessero esattamente cosa fare e soltanto loro stessero navigando senza una mappa.

Poi, a volte, si incontra qualcuno che sta affrontando una fatica simile.

Non risolve il problema.

Non offre formule magiche.

Ma rende il peso un po' meno pesante.

Perché sentirsi compresi non aggiusta tutto.

Però assomiglia molto a una mano posata sulla spalla.

E certe volte è proprio da lì che si ricomincia a camminare.

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Per chi desidera approfondire questi temi, consiglio due contributi che ho trovato particolarmente interessanti.


Umberto Galimberti, filosofo, psicoanalista e saggista, riflette sul ruolo degli insegnanti e sull'importanza dell'empatia nella scuola contemporanea:

"Scuola, Galimberti: Non è sufficiente un concorso per i professori, serve un test per stabilire se sono empatici"



Silvia Pagani, antropologa dell'età evolutiva e fondatrice di Artademia, una realtà educativa nata a Milano, propone una riflessione sul disagio dei ragazzi e sul modo in cui gli adulti possono accompagnarli:

"Il mondo sordo"



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