C'è sempre qualcuno più a Sud




Viviamo, che piaccia o no, in una società multietnica.

Camminando per strada o prendendo i mezzi pubblici, mi capita a volte di avere l'impressione di vivere in una moderna Babele. Si sentono parlare lingue provenienti da ogni parte del mondo. L'arabo, con le sue tante sfumature dei diversi Paesi del Nord Africa. Lingue africane e asiatiche che, lo ammetto, per la maggior parte di noi sono difficili persino da riconoscere. Lo spagnolo e il portoghese, con le inflessioni più aperte dell'America Latina. Le lingue dell'Est Europa.

A volte mi viene il desiderio quasi infantile di impararle tutte.

Ho sempre provato curiosità per le lingue degli altri popoli. Imparare una lingua è come varcare una soglia. È il primo passo per avvicinarsi a una cultura diversa dalla propria e guardare il mondo da un'altra prospettiva.

In Italia sembriamo spesso divisi tra chi vorrebbe "rimandarli tutti a casa loro" — salvo poi fare eccezione per la badante ucraina della madre o per il giardiniere marocchino che lavora così bene — e chi ha un atteggiamento più aperto, pur rendendosi conto delle difficoltà che fenomeni migratori di questa portata comportano.

Personalmente credo che flussi migratori di queste dimensioni non possano essere semplicemente fermati.

Fin dall'antichità gli esseri umani si sono spostati alla ricerca di condizioni di vita migliori. Cambiano i mezzi, cambiano le distanze, cambiano le cause immediate, ma il movimento delle persone attraverso i territori è una costante della storia umana.

Naturalmente oggi la situazione è più complessa. Viviamo in Paesi densamente popolati e questo rende necessarie politiche capaci sia di governare i flussi, sia di favorire l'integrazione.

Spesso, quando emergono tensioni e problemi di convivenza, entrano in gioco anche fattori sociali ed economici. Quartieri degradati, isolamento, povertà e mancanza di opportunità producono difficoltà che vanno ben oltre la semplice provenienza delle persone.

Forse noi italiani dovremmo ricordarci più spesso di essere stati, a nostra volta, un popolo di migranti.

Tra la fine dell'Ottocento e gran parte del Novecento milioni di italiani partirono per le Americhe, per l'Australia, per il Nord Europa. Cercavano lavoro, sicurezza, una vita migliore. Non molto diverso da ciò che cercano oggi molte persone che arrivano nel nostro Paese.

E anche all'interno dell'Italia le migrazioni sono state continue.

Prima ancora dei grandi spostamenti dal Sud al Nord del dopoguerra, molte persone lasciarono campagne e piccoli paesi del Veneto, del Friuli e di altre zone rurali per trasferirsi nelle aree più industrializzate del Nord-Ovest.

Spesso venivano guardati con diffidenza. Erano i forestieri, quelli che parlavano in modo diverso, che avevano abitudini diverse, che non erano considerati "dei nostri".

È curioso osservare come, proprio in alcune delle zone da cui partirono quei migranti, oggi siano più diffusi sentimenti di insofferenza verso chi arriva da altri Paesi.

La memoria, evidentemente, è più corta di quanto immaginiamo.

Forse perché esiste sempre qualcuno più a Sud di noi.

E con Sud non intendo un punto cardinale, ma il luogo da cui si parte quando si cerca una possibilità migliore.

Come spesso accade, i ragazzi guardano le cose da un'angolazione diversa.

Quando chiedevo a mia figlia quanti bambini stranieri ci fossero nella sua classe, mi rispondeva:

"Nessuno."

Io insistevo:

"Ma come nessuno? E i bambini marocchini? Quelli pakistani?"

E lei:

"I loro genitori sono marocchini e pakistani. Loro sono nati qui. Sono italiani."

Naturalmente le cose non sono così semplici. Esistono le leggi, la cittadinanza, le differenze culturali, le difficoltà di integrazione.

Però ogni volta che ripenso a quella risposta mi colpisce la sua semplicità.

Mia figlia non stava facendo un ragionamento politico.

Stava semplicemente descrivendo il mondo che vedeva.

Per lei quei bambini non erano "gli altri".

Erano i compagni con cui giocava, litigava, rideva e cresceva.

Forse aveva torto dal punto di vista giuridico.

Ma sospetto che avesse colto una verità che noi adulti, a volte, facciamo più fatica a vedere.


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