Piano B, C, D... e poi la vita
Ho scoperto che quello che faccio da sempre, o comunque da quando ne ho memoria, ha un nome: pensiero catastrofico.
Se c'è qualcosa che mi preoccupa, la mia mente tende spontaneamente a immaginare lo scenario peggiore possibile.
E subito dopo si mette al lavoro.
Piano B.
Piano C.
Piano D.
A volte anche E e F, per non lasciare nulla al caso.
In fondo, il ragionamento è semplice: se riesco a prevedere il peggio, forse non mi farà trovare impreparata. Forse riuscirò a gestirlo meglio. Forse farà meno male.
È un modo per cercare di mettere un po' d'ordine nell'incertezza.
O almeno così ho sempre creduto.
Ultimamente, però, la vita mi ha scompigliato parecchio le carte.
Come quel vento improvviso che entra da una finestra lasciata aperta e fa volare ovunque i fogli ordinati con cura sulla scrivania.
E a quel punto non importa quanto tempo hai passato a pianificare.
I fogli volano lo stesso.
Le cose cambiano.
Accadono eventi che non avevi previsto.
Oppure non accade nulla di ciò che temevi, ma qualcosa di completamente diverso.
Mi sto accorgendo che gran parte dell'energia che spendo a immaginare il peggio, non mi prepara davvero a ciò che succede.
Per una ragione molto semplice: la vita raramente segue i copioni che scriviamo nella nostra testa.
Nemmeno quelli più pessimisti.
Forse allora il punto non è imparare a prevedere ogni possibile esito.
Forse il punto è imparare a tollerare il fatto che non possiamo farlo.
E ricordarci che, se esistono mille modi in cui le cose potrebbero andare male, esistono anche mille modi in cui potrebbero andare diversamente.
Meglio di quanto immaginiamo.
O semplicemente in un modo che oggi non riusciamo ancora a vedere.
Perché l'incertezza che tanto ci spaventa ha due facce.
Una è quella che conosciamo bene: il rischio.
L'altra, spesso ce la dimentichiamo, è la possibilità.
Sullo stesso filo...
Non si può spingere il vento con le mani
La vita è tutta così (tra schiarite e temporali)

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