Quello che non finisce nelle storie
C’è una cosa che mi colpisce sempre: quanto i social – e, in fondo, anche gli stati di WhatsApp – funzionino come una vetrina costantemente lucidata.
Scorri e trovi viaggi bellissimi, tramonti e paesaggi mozzafiato, aperitivi infiniti, pranzi e cene degni di Masterchef, amici sempre sorridenti, lavori da sogno, outfit mai ripetuti e famiglie da pubblicità. Quelle dove manca solo un mulino sullo sfondo per completare la scena.
Poi spegni lo schermo e succede qualcosa di quasi rivoluzionario: torni alla vita vera. Quella fatta anche di noia, piccoli casini, silenzi un po’ strani e giornate decisamente no.
È curioso come questa parte resti quasi sempre fuori campo. Come se non fosse abbastanza “condivisibile”, o semplicemente non abbastanza interessante.
Forse è anche per questo che, già da un po’, i social hanno perso gran parte della loro attrattiva ai miei occhi. E ultimamente mi accorgo di pormi la stessa domanda anche sugli stati di WhatsApp: quanto raccontano davvero, e quanto invece mostrano solo una versione accuratamente selezionata?
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