Già che ci sei



C'è una frase che sento spesso nei discorsi in famiglia, al lavoro, tra amici.

È una frase apparentemente innocente:

"Già che ci sei..."

"Già che ci sei, potresti fare anche questo."

"Già che ci sei, perché non sistemi anche quest'altra cosa?"

"Già che ci sei, occupatene tu."

L'intenzione, quasi sempre, è pratica.

Così si ottimizza il tempo.

Così non bisogna tornarci sopra.

Così si chiude una questione in più.

Perché, in fondo, perdere tempo sembra essere diventato uno dei grandi peccati della nostra epoca.


Eppure mi capita di pensare che molti dei nostri giorni finiscano per riempirsi proprio così: un "già che ci sei" dopo l'altro.

Presi singolarmente, sembrano richieste ragionevoli.

Piccole.

Quasi insignificanti.

Ma sommate nel tempo diventano una rete.

Una trama fitta di aspettative, incombenze e responsabilità che spesso non abbiamo scelto davvero.

E che lentamente consumano energie, attenzione e spazio mentale.


La parte più difficile è che sottrarsi a questa logica non è sempre facile.

Perché chi prova a mettere un limite rischia di essere visto come quello che non vuole fare quel piccolo sforzo in più.

Quello che non collabora.

Quello che si tira indietro.

Dopotutto, che cosa costa?

Sono solo cinque minuti.

Solo una telefonata.

Solo una commissione.

Solo un favore.

Solo un'altra cosa.


Ma spesso il problema non è quella singola richiesta.

È l'accumulo.

È l'idea che ci sia sempre qualcosa in più da fare, da sistemare, da migliorare, da aggiungere.

Come se ciò che abbiamo già fatto non fosse mai sufficiente.

E forse è proprio qui che la questione smette di riguardare il tempo e comincia a riguardare il valore che attribuiamo a noi stessi.

Perché quando ci sentiamo ripetere — o ci ripetiamo da soli — che dovremmo fare ancora qualcosa, il rischio è che quel messaggio si trasformi lentamente in un altro:

Non stai facendo abbastanza.

E da lì a pensare:

Non sono abbastanza.

il passo è sorprendentemente breve.


Forse per questo ogni tanto varrebbe la pena fermarsi davanti allo specchio e provare a dirsi una frase diversa.

Non "devo fare di più".

Non "potrei fare meglio".

Ma semplicemente:

"Io sono abbastanza."

E poi restare in silenzio per qualche secondo.

Osservare cosa succede.

Se la frase ci sembra naturale oppure ci mette a disagio.

Se ci crediamo davvero.

Se il nostro corpo si rilassa oppure si irrigidisce.

Perché il corpo, spesso, sa cose che la mente non ha ancora capito.

E a volte basta una frase semplice per accorgersene.


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