Il dolore degli altri è dolore a metà

 


Fabrizio De André, in Disamistade, cantava:

"E per tutti il dolore degli altri è dolore a metà."

È un verso che mi torna in mente di tanto in tanto.

Ho ricevuto un'educazione che mi ha insegnato a sentirmi vicina a chi è in difficoltà, a provare compassione nel senso etimologico del termine: patire con, condividere almeno in parte la sofferenza di un'altra persona.

Per molto tempo ho considerato questo modo di stare accanto agli altri come qualcosa di naturale.

E, senza accorgermene, ho finito per considerare naturale anche un'altra cosa: aspettarmi che gli altri facessero lo stesso con me.

Non perché pensassi che tutti dovessero essere uguali.

A livello razionale ho sempre saputo che non è così.

Siamo persone diverse, cresciute in famiglie diverse, con storie, sensibilità ed esperienze diverse.

Eppure c'è una differenza enorme tra capire qualcosa con la testa e accettarlo davvero con il cuore.

Perché una parte di noi tende spontaneamente a considerare normali i valori con cui è cresciuta.

Se per noi ascoltare è importante, ci aspettiamo di essere ascoltati.

Se per noi esserci nei momenti difficili è importante, ci aspettiamo che qualcuno ci sia.

Se per noi la compassione è un valore, ci aspettiamo che gli altri la esprimano nello stesso modo.

Ma non tutti hanno imparato la stessa lingua emotiva.

Ci sono persone che, di fronte alla sofferenza di qualcuno, si avvicinano spontaneamente.

Altre che si sentono a disagio.

Altre ancora che cercano di aiutare in modo pratico, senza molte parole.

Altre che rispettano la distanza perché credono che sia il modo migliore di non invadere.

Non sempre è indifferenza.

Non sempre è mancanza di affetto.

Spesso è semplicemente un modo diverso di stare nelle relazioni.

E forse è proprio qui che nascono molte delle nostre delusioni.

Non tanto dalla cattiveria degli altri, quanto dalla distanza tra ciò che per noi significa voler bene e ciò che significa per loro.

Con il tempo sto imparando che comprendere una persona non significa soltanto capire ciò che prova.

Significa anche accettare che il suo modo di esprimere affetto, vicinanza o partecipazione possa essere diverso dal mio.

Non sempre sarà sufficiente per ciò di cui ho bisogno.

Non sempre sarà facile da accettare.

Ma riconoscere questa differenza mi aiuta a vedere gli altri per quello che sono, invece che attraverso il filtro delle mie aspettative.

Forse crescere significa anche questo.

Accettare che gli altri non ci ameranno sempre nel modo in cui noi ameremmo loro.

Non necessariamente perché ci vogliono meno bene.

Ma perché ciascuno possiede un proprio vocabolario affettivo.

E a volte il dolore nasce proprio da lì: dal confondere una lingua diversa con l'assenza di sentimento.


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