Quando non ci si sente più al sicuro sotto il cielo


Strada di un paese italiano dopo la pioggia, con edifici tradizionali ai lati e un cielo plumbeo carico di nuvole nere.


Tre estati fa, nella mia zona, sono iniziati i primi violenti nubifragi.

Piogge torrenziali, raffiche di vento e grandinate come non ne avevo mai viste.

In una cittadina vicina le strade si trasformarono in fiumi. La grandine si accumulò in blocchi di ghiaccio che sembravano piccoli iceberg.

In altri paesi, poco lontano, i chicchi erano così grandi da sfondare non solo i vetri delle automobili, ma anche interi tetti. E anche molti pannelli solari si frantumarono, trasformandosi in una pioggia di schegge di vetro.

Per mesi si sono visti tetti coperti da teli colorati, in attesa di essere riparati.

A casa mia, in confronto, è andata bene.

Solo una piccola infiltrazione d'acqua.

Eppure, da allora, qualcosa in me è cambiato.

Per la prima volta non mi sono sentita completamente al sicuro dentro casa.

L'idea che un tetto potesse non bastare più a proteggerci mi ha lasciato addosso un'inquietudine nuova.

Qualcuno la chiama ecoansia.

Non so se sia davvero il nome giusto.

So solo che, fino a qualche anno fa, un temporale era semplicemente un temporale.

Arrivava.

Si sfogava.

Passava.

Adesso, quando il cielo diventa color piombo, gli alberi si piegano e il vento comincia a ululare, dentro di me succede qualcosa di diverso.

Continuo a fare quello che stavo facendo.

Ma una parte di me resta in allerta.

Come se dovesse prepararsi a qualcosa, senza sapere esattamente a cosa.

Mi viene in mente una curiosa leggenda sui Celti, che temevano che il cielo potesse cadere sulla loro testa.

Fa sorridere pensarci.

Eppure, davanti a certi fenomeni atmosferici, quella paura oggi non sembra più così lontana.

Ogni nubifragio, ogni tromba d'aria, ogni esondazione ci ricorda quanto siamo vulnerabili.

C'è chi perde il tetto di casa.

Chi vede l'acqua invadere la cantina.

Chi è costretto a rottamare l'automobile.

E ogni volta speriamo che, almeno questa volta, non tocchi a noi.

Forse l'ecoansia, prima ancora che una paura del futuro, è questo.

Accorgersi, tutto insieme, che la natura non è qualcosa che accade altrove.

Abita la nostra stessa casa.

Ed è forse anche per questo che vale la pena averne cura.

Non siamo i padroni della Terra.

La custodiamo solo per un po'.

Poi la consegneremo a chi verrà dopo di noi.



Sullo stesso filo...




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