Quando smettiamo di voler essere capiti


Due fotografie su un tavolo di legno: a sinistra, una giovane donna con lunghi capelli lisci e una maglietta rossa; a destra, una persona con capelli corti e maglione chiaro, entrambe fotografate di spalle. Accanto, un piccolo vaso con fiori bianchi.

Il teologo protestante statunitense Reinhold Niebuhr scrisse, nella prima metà del XX secolo, una preghiera diventata molto conosciuta:


«Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, 

il coraggio di cambiare le cose che posso,

e la saggezza per conoscere la differenza.»


Accettare le cose che non posso cambiare, per me, è sicuramente una bella sfida.

E fra tutte le cose che non posso cambiare, ce n'è una che mi viene in mente prima delle altre: il modo in cui alcune persone mi vedono.

Non necessariamente perché non m vogliano bene.

Semplicemente, forse, perché sono rimaste legate a un'idea di me che appartiene a molti anni fa.

A come ero a dieci anni, a quindici, a venti.

Nel frattempo il mondo è cambiato.

E sono cambiata anch'io.

Eppure ho spesso la sensazione che alcune persone abbiano ancora in mente la bambina, la ragazza, la giovane donna che ero.

E non parlo soltanto di persone con cui, nel tempo, i rapporti si sono allentati. In quel caso sarebbe anche comprensibile: ci si perde di vista, ci si incontra meno, si smette inevitabilmente di conoscere davvero la vita dell'altro.

Ma a volte succede anche con persone con cui il rapporto è rimasto vivo.

Persone che mi vedono, con cui parlo, con cui condivido pezzi della mia vita.

Non è che io non mi esprima.

Non è che tenga nascoste le mie idee, il mio modo di vedere le cose, le mie convinzioni, i cambiamenti che negli anni sono avvenuti dentro di me.

Eppure sembra che, nonostante tutto questo, una parte di quella vecchia immagine continui a rimanere lì.

Come una fotografia che qualcuno conserva nel cassetto.

Solo che quella fotografia non è più la persona che ha davanti.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più difficili da accettare: non possiamo decidere lo sguardo degli altri su di noi.

Possiamo raccontarci, mostrarci per come siamo diventati, provare a farci conoscere.

Ma non possiamo entrare nella testa di un'altra persona e sostituire l'immagine che ha di noi con quella che abbiamo di noi stessi.

E forse non possiamo nemmeno pretendere che ci veda come vorremmo essere visti.

Perché quello è il suo sguardo.

Non il nostro.

Può essere parziale, fermo a un tempo passato, persino lontano da ciò che sentiamo di essere oggi.

Ma continua ad appartenere a chi guarda.

E forse la serenità sta anche nel riuscire a lasciare quello sguardo lì, dove si trova.

Senza doverlo correggere.

Senza dover dimostrare di essere diversi.

Perché il modo in cui qualcuno ci vede può raccontare qualcosa di noi, ma può raccontare anche molto di chi guarda.

E, soprattutto, non cambia il modo in cui siamo.


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