Quando non c’è più nulla da spiegare


Lago tranquillo circondato da una fitta foresta verde, con alberi e cielo riflessi nell’acqua calma sotto una luce morbida.

Ci sono momenti in cui le parole non arrivano.

O forse arrivano, ma ci rendiamo conto che non servono più.

Non vale la pena ribadire un concetto già espresso, ripetere per l'ennesima volta le nostre ragioni o insistere su qualcosa che abbiamo già cercato di spiegare.

A volte perché sembra di avere di fronte un muro.

Altre perché, semplicemente, non abbiamo più le energie per continuare.

Quello che dovevamo dire lo abbiamo già detto.

Magari anche argomentato a sufficienza, cercando di trovare le parole giuste, di farci capire, di spiegare il nostro punto di vista nel modo più chiaro possibile.

Eppure, nonostante gli sforzi, non sempre riusciamo a ottenere ciò che speravamo.

Vorremmo che il nostro interlocutore comprendesse le nostre ragioni.

Che ci venisse incontro, magari anche solo un po'.

Che riuscisse a guardare la situazione da una prospettiva diversa dalla propria.

Ma può succedere che l'altra persona resti saldamente ancorata alle sue convinzioni, come se nulla di ciò che diciamo o facciamo riuscisse a scalfirle.

E allora ci troviamo a ripetere le stesse cose, a cercare altri argomenti, a tentare nuove spiegazioni.

Come se, prima o poi, dovessimo trovare la frase capace di far cambiare qualcosa.

Ma chissà.

Magari, più tardi, il nostro interlocutore ripenserà a quella conversazione e troverà sensate alcune delle nostre considerazioni.

Forse cambierà idea, magari anche senza dircelo.

Oppure non succederà nulla di tutto questo.

Non ci è dato saperlo.

E forse è proprio qui che, a un certo punto, qualcosa cambia anche dentro di noi.

Ci accorgiamo che non abbiamo più voglia di proseguire.

Non perché abbiamo necessariamente rinunciato alle nostre convinzioni, né perché siamo arrivati a condividere quelle dell'altro.

Semplicemente, sentiamo che la conversazione è arrivata a un punto in cui continuare non aggiungerebbe molto.

È una sensazione difficile da spiegare, ma abbastanza riconoscibile.

Come se una vocina interiore ci sussurrasse: «Ma basta!».

Non c'è bisogno di aggiungere altro.

Non c'è bisogno di convincere, di replicare, di avere l'ultima parola.

Almeno, non in quel momento.

E magari, all'inizio, fermarsi può lasciare una certa insoddisfazione.

Rimane la sensazione che l'altro non abbia capito, che le nostre ragioni siano rimaste inascoltate, che ci sia ancora qualcosa da chiarire.

Può venirci in mente un'altra cosa da dire, un'ulteriore spiegazione che avremmo potuto provare, una risposta che ci sembra di aver trovato soltanto dopo.

La discussione, insomma, può continuare nella nostra testa anche quando, di fatto, è già finita.

Ma non sempre è necessario tornare su ciò che è stato detto.

A volte possiamo semplicemente lasciare che le parole restino lì, senza aggiungerne altre.

Non sappiamo cosa farà l'altra persona di ciò che abbiamo detto.

Possiamo soltanto prendere atto di quello che è successo e lasciare che la conversazione finisca, anche se non si è conclusa nel modo in cui avremmo voluto.

Forse, a volte, fermarsi significa semplicemente riconoscere che abbiamo già detto tutto quello che potevamo dire.

E che non è necessario continuare a cercare parole per riempire uno spazio in cui, ormai, non sembrano più trovare posto.

Magari l'altro continuerà a pensarla come prima.

E noi continueremo a pensarla diversamente.

Senza che, per forza, qualcuno debba avere l'ultima parola.

Perché non tutte le conversazioni devono arrivare a un accordo, e non tutte le differenze di vedute possono essere risolte attraverso altre spiegazioni.

Qualche volta, possiamo anche accettare che un confronto rimanga incompleto, senza sapere se ciò che abbiamo detto abbia lasciato qualcosa nell'altra persona.

E andare avanti, semplicemente, senza dover riaprire ogni volta la stessa discussione.


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