Quella stanza che apriamo di rado



C'è qualcosa di cui di solito non parlo, forse perché temo che agli altri non faccia piacere sentirne parlare. E magari anche per una certa scaramanzia.

Eppure, ogni tanto, mi trovo a riflettere sulla fugacità della vita.

Quando si è più giovani, credo che sia difficile pensarci davvero. Sappiamo che non vivremo per sempre, naturalmente, ma è qualcosa che rimane sullo sfondo. Una certezza lontana, che non sembra riguardarci da vicino.

Poi può capitare di fare i conti con la mancanza di qualcuno che se ne va troppo presto.

Per me è stato quando è mancato mio zio più giovane, che aveva solo sedici anni più di me.

Era lo zio che, quando ero bambina, mi caricava sulla canna della bicicletta e mi portava a fare dei giri, a trovare i suoi amici.

A me sembravano grandissimi, quegli amici. In realtà erano solo dei ragazzi.

Ricordo quella distanza che c'era allora tra il mondo dei bambini e quello degli adulti. Per me mio zio apparteneva a quest'ultimo, a quel mondo di persone grandi che sembravano avere davanti tutto il tempo del mondo.

Non potevo concepire che proprio lui potesse lasciarci così presto e così all'improvviso.

Ancora oggi, a distanza di anni, a volte mi sembra quasi impossibile.

La sua mancanza ha lasciato in me un segno profondo.

Non direi che da allora ho iniziato ad avere paura della morte. È qualcosa di diverso.

Ho iniziato a guardare la vita con altri occhi, con una consapevolezza della sua fragilità che prima non avevo.

È come se avessi scoperto che quella certezza che consideravo così lontana poteva improvvisamente entrare nella vita di tutti i giorni.

Dopo, naturalmente, si va avanti.

Tra un impegno e l'altro, le cose da fare, le giornate che scorrono, i momenti belli e quelli meno belli.

La vita continua a riempirsi di cose e, per la maggior parte del tempo, non pensiamo affatto alla sua precarietà.

E forse è anche giusto così.

Non si potrebbe vivere pensando continuamente a ciò che potrebbe finire.

Ma in un angolino della coscienza, in quella stanza che apriamo di rado, resta qualcosa.

Un nuovo senso della fragilità delle cose.

Il ricordo che le persone che fanno parte della nostra vita non sono una presenza garantita per sempre.

Che alcune giornate che ci sembrano normali, mentre le stiamo vivendo, un giorno potrebbero diventare ricordi.

Non è un pensiero a cui voglio aggrapparmi.

E nemmeno qualcosa che sento il bisogno di ricordare continuamente a me stessa.

Semplicemente, ogni tanto quella porta si apre.

E mi ricorda che quello che oggi mi sembra scontato, forse così scontato non è.

Poi la porta si richiude.

E io torno alle mie giornate, alle cose da fare, alle persone che amo, alle piccole preoccupazioni che riempiono il presente.

Forse è proprio questo il modo in cui quella consapevolezza è rimasta dentro di me.

Non come una paura, ma come qualcosa che ogni tanto riaffiora.

Un pensiero breve, quasi silenzioso.

E che, senza chiedermi di cambiare vita o di fare qualcosa di speciale, mi fa guardare per un momento con occhi diversi quello che ho davanti.


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